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Capitale e debito nelle piccole e medie Imprese
Il rapporto tra capitale proprio e debito bancario nelle piccole e medie imprese italiane è sempre stato oggetto di discussione. Troppo spesso, infatti, le nostre imprese ricorrono in modo eccessivo all'indebitamento verso le banche per finanziare l'attività corrente, mantenendo un capitale proprio estremamente ridotto, se non addirittura minimo. Il caso emblematico è quello delle società a responsabilità limitata, che negli scorsi anni venivano quasi sempre costituite e mantenute con un capitale sociale di 10.000 euro, quello minimo previsto dalla legge, indipendentemente dalle dimensioni dell'attività e dal fatturato. Certo, gli investimenti necessari allo svolgimento dell'attività richiedevano un ulteriore apporto da parte dei soci, ma questo avveniva normalmente mediante lo strumento del finanziamento soci, ovvero un prestito da parte dei soci alla società, che poteva in seguito essere restituito. Per la maggior parte degli investimenti necessari, però, ci si rivolgeva al sistema bancario. La situazione economica che stiamo attraversando ci costringe però a modificare le abitudini, e a ricercare nuovi equilibri tra il capitale proprio investito dall'imprenditore e il debito bancario.

Il debito verso le banche

Nell'attuale congiuntura economica, le banche stanno progressivamente riducendo prestiti e affidamenti alle imprese, e valutano con sempre maggiore attenzione le nuove richieste di finanziamento. Le imprese sono dunque vittima di una vera e propria stretta creditizia (il temuto "credit crunch" di cui si parla da tempo), che rappresenta probabilmente l'aspetto più pericoloso della crisi finanziaria globale, e il più serio ostacolo alla ripresa economica, soprattutto quando viene applicata in modo indiscriminato, senza distinguere il comportamento delle aziende e senza premiare le imprese più virtuose. La crisi di liquidità e di fiducia del sistema creditizio, infatti, ha spinto la maggior parte degli istituti di credito a ridurre drasticamente gli impieghi di capitale nei confronti delle famiglie e delle imprese, soprattutto quelle considerate più a rischio in una fase di recessione economica.

La riduzione dei finanziamenti da parte delle banche rappresenta un problema per tutte le aziende, ma risulta inevitabilmente più drammatica per quelle imprese che finanziavano quasi totalmente la propria attività con il debito bancario, operando con un capitale proprio ridotto al minimo. Appare allora inevitabile intervenire con una ricapitalizzazione dell'impresa.

L'aumento del capitale sociale

La prima forma di ricapitalizzazione è l'aumento del capitale sociale. Nella s.r.l. l’aumento del capitale sociale rappresenta una modifica dell’atto costitutivo, e quindi deve essere deliberata dall’assemblea dei soci con il voto favorevole di almeno la metà del capitale sociale, salvo che lo statuto preveda una maggioranza più elevata. La delibera di aumento del capitale prevede le modalità e i termini per la sottoscrizione, che non possono essere inferiori a trenta giorni dalla comunicazione ai soci. La delibera stabilisce anche l’importo dell’eventuale sovrapprezzo, cioè la somma che deve essere versata in più rispetto al valore nominale delle quote, per adeguarlo al loro valore effettivo. Chi sottoscrive l’aumento di capitale deve versare contestualmente nelle casse sociali almeno il 25% del capitale sottoscritto, e l’intero sovrapprezzo. Se l’atto costitutivo lo consente, anche in sede di aumento del capitale è possibile conferire qualsiasi elemento suscettibile di valutazione economica: beni mobili o immobili, crediti. L’aumento di capitale non può essere attuato (ma può essere deliberato) fino a che i conferimenti precedentemente dovuti non sono stati integralmente eseguiti. Gli amministratori devono depositare nel registro delle imprese un’attestazione che l’aumento del capitale è stato eseguito, entro trenta giorni dall’avvenuta sottoscrizione. Se l’aumento del capitale non viene interamente sottoscritto nel termine stabilito, resta efficace per la parte sottoscritta solo se la delibera lo ha espressamente previsto.

In caso di aumento del capitale sociale, ciascuno dei soci ha il diritto di opzione, cioè il diritto di sottoscrivere l’aumento in proporzione alla quota da lui posseduta. In questo modo il peso di ciascun socio rimane invariato. La delibera di aumento del capitale può però prevedere che la parte eventualmente rimasta non sottoscritta dai soci sia offerta in sottoscrizione agli altri soci o a terzi. L’assemblea che delibera l’aumento del capitale sociale può anche escludere il diritto di opzione, stabilendo che le quote di nuova emissione siano offerte direttamente a terzi, ma solo se l’atto costitutivo prevede espressamente questa possibilità. In questo caso il socio che non ha dato il proprio consenso alla delibera ha diritto di recedere dalla società. Il diritto di opzione non può mai essere escluso quando l’aumento è deliberato in conseguenza di perdite che hanno ridotto il capitale al di sotto del minimo legale. Ricordiamo anche che l’atto costitutivo può attribuire all’organo amministrativo la facoltà di aumentare il capitale sociale, determinandone i limiti e le modalità di esercizio.

L’aumento del capitale sociale può essere anche gratuito, quando l’assemblea delibera di imputare a capitale la parte disponibile delle riserve e dei fondi speciali iscritti in bilancio. In questo caso i soci non devono eseguire alcun versamento, e la quota di partecipazione di ciascuno resta proporzionalmente invariata.

I finanziamenti dei soci

I finanziamenti dei soci alla società sono uno strumento ampiamente utilizzato per fare affluire nella società nuove risorse finanziarie senza ricorrere a un formale aumento del capitale sociale. Come abbiamo visto, accade frequentemente che la s.r.l. sia costituita con il capitale minimo di 10.000 euro, e i soci forniscano successivamente alla società i maggiori mezzi necessari per l’esercizio dell’attività a titolo di finanziamento. Il legislatore ha però ritenuto che nelle piccole e medie imprese i soci facciano troppo spesso ricorso al finanziamento soci anziché apportare capitale di rischio. Conformemente a quanto previsto nella maggior parte degli Stati europei, le nuove norme introdotte con la riforma del 2004 stabiliscono dunque che il rimborso dei finanziamenti eseguiti, in qualsiasi forma, dai soci può avvenire solo quando sono stati pagati gli altri creditori, e in caso di fallimento l’eventuale rimborso avvenuto nell’anno precedente deve essere restituito. Queste regole valgono solo per i finanziamenti concessi dai soci in un momento in cui l’indebitamento della società risulta eccessivo rispetto al patrimonio netto, anche in considerazione del tipo di attività esercitato, o comunque quando la situazione finanziaria della società richiederebbe un conferimento a titolo di capitale. Si tratta però di criteri piuttosto vaghi, e la situazione delle piccole e medie imprese italiane, spesso sottocapitalizzate e dipendenti dal credito bancario, rende probabile un’applicazione pressoché generalizzata delle nuove regole.

Con queste norme il legislatore vuole evitare che i soci si sottraggano al rischio d’impresa apportando alla società un finanziamento quando sarebbe necessario conferire un maggiore capitale sociale. Le nuove regole sono state dettate specificamente per le s.r.l., ma alcuni ritengono che possano essere applicate, in via interpretativa, anche alle società costituite nella forma di s.p.a., almeno quando sono rappresentative di una realtà imprenditoriale simile a quella tipica della s.r.l., cioè un’impresa di dimensione media o piccola con una base sociale ristretta.

Le modalità con cui possono avvenire i finanziamenti da parte dei soci sono essenzialmente due. Il finanziamento in conto capitale è un versamento eseguito dai soci e acquisito definitivamente dalla società, che non è tenuta a pagare alcun interesse. Il socio che ha eseguito il finanziamento in conto capitale non ha il diritto di chiederne la restituzione. Naturalmente, pur mancando un obbligo in tal senso, è possibile che la società deliberi la restituzione ai soci delle somme versate, sotto forma di distribuzione delle riserve disponibili risultanti dal bilancio. La restituzione, però, deve avvenire necessariamente in proporzione alle quote di capitale sottoscritto, anche se i finanziamenti sono stati eseguiti in modo difforme. La società può impiegare le somma ricevute dai soci per eseguire investimenti, per coprire delle perdite, o anche imputarle alla successiva sottoscrizione di un vero e proprio aumento del capitale sociale. Quando il versamento dei soci è preordinato proprio a questa operazione, si parla più propriamente di versamento in conto futuro aumento di capitale, a cui peraltro la giurisprudenza applica la stessa disciplina.

Il socio, naturalmente, può anche concedere alla società un vero e proprio prestito, comportandosi come qualsiasi terzo. In questo caso non si tratta più di capitale di rischio, ma di un vero e proprio credito del socio verso la società, che dovrà essere restituito alla scadenza prevista, e che può anche essere produttivo di interessi, come un vero e proprio mutuo. La legge pone però delle limitazioni ben precise, per evitare che si verifichi, da parte della società, una raccolta del risparmio non autorizzata. Il socio che fa il prestito alla società deve essere titolare di almeno il 2% del capitale sociale, e essere socio da almeno tre mesi. Inoltre l’atto costitutivo deve prevedere espressamente la possibilità di ricevere finanziamenti dai soci.

Nella pratica appare spesso difficile stabilire se il socio abbia voluto eseguire un versamento in conto capitale o concedere un prestito alla società, a causa dell’utilizzo di terminologie imprecise. In tal caso la giurisprudenza tiene conto del concreto atteggiarsi del rapporto e delle finalità che è diretto a soddisfare. La previsione di interessi rivela senza dubbio che si tratta di un mutuo, mentre la proporzionalità tra le quote sociali e le somme versate fa propendere per il versamento in conto capitale.

La distinzione tra le due ipotesi è importante anche per quanto riguarda l'imposta di registro. Il finanziamento in conto capitale non è soggetto ad alcuna imposta. Si paga l'imposta di registro fissa (168 euro) solo se successivamente si delibera il passaggio a capitale del finanziamento, oppure la restituzione ai soci delle somme versate, sotto forma di distribuzione delle riserve disponibili risultanti dal bilancio. Il prestito concesso alla società dal socio è invece soggetto all'imposta di registro con l’aliquota del 3% (art. 9 parte I Tariffa d.P.R. 131/1986). L'esenzione, infatti, si applica soltanto ai finanziamenti in conto capitale, ovvero senza obbligo di restituzione, perché solo quelli risultano equiparati, ai fini fiscali, al conferimento nella società di capitale di rischio. Per evitare la tassazione immediata si può però concordare il prestito mediante scambio di lettere raccomandate tra il socio e la società, da registrare solo in caso d'uso.

Per quanto riguarda le imposte sul reddito, per evitare che i finanziamenti dei soci, di qualsiasi tipo, siano considerati produttivi di interessi (sui quali i soci dovrebbero pagare le tasse) occorre inserire nel bilancio la causale "Debiti verso soci per finanziamenti infruttiferi".

L'emissione di obbligazioni

Oggi la legge consente anche alla s.r.l. l’emissione di obbligazioni, cioè titoli rappresentativi di un diritto di credito nei confronti della società, in precedenza riservata alle società per azioni. Ci sono però alcune limitazioni. Anzitutto questi titoli possono essere sottoscritti solo da investitori professionali soggetti a vigilanza, cioè sostanzialmente dalle banche. La società non potrà dunque trovare gli investitori disposti a fargli credito ed emettere direttamente le obbligazioni, ma dovrà necessariamente passare attraverso una banca che sottoscriva le obbligazioni emesse e si occupi della loro collocazione sul mercato. In questo caso, però, la banca risponde della solvenza della società nei confronti degli acquirenti, a meno che si tratti di altri investitori professionali, che avrebbero potuto sottoscrivere direttamente i titoli fin dall’inizio, oppure di soci della medesima società emittente.

Questo obbligo della banca di farsi garante del rimborso delle obbligazioni rende il suo intervento piuttosto oneroso (è come se la banca rilasciasse una fideiussione) e ne limita la possibilità di utilizzo alle sole società dotate di solide garanzie patrimoniali. Non dovrebbero esserci problemi, invece, per le emissioni obbligazionarie destinate alla sottoscrizione dei soci, ove la banca non è tenuta a fornire alcuna garanzia, e si limita a fare da intermediario nell’emissione dei titoli. Questa ipotesi potrebbe avere successo nella pratica, se ne derivassero vantaggi fiscali per i soci.

Ricordiamo comunque che la possibilità di emettere obbligazioni deve essere espressamente prevista nell’atto costitutivo, che deve precisare se la relativa competenza spetta ai soci o all’organo amministrativo. Questa clausola è ormai abituale negli statuti di s.r.l., dopo l'adeguamento alla riforma del 2004.
Alla ricerca di un nuovo equilibrio tra capitale proprio, finanziamenti dei soci e debito bancario.

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